I sondaggi tra numeri e magia.
(21 mar 2008) - I numeri servono a leggere il “Gran Libro della Natura”, diceva Galileo Galilei nel Saggiatore, ma nella nostra cultura –da sempre- sono un intreccio di scienza e di magia, perché permettono di interpretare il mondo e di prevedere il futuro.
I
numeri dovrebbero regalare certezze e il controllo sulla realtà. Per questo, in
un mondo dominato dalle regole liquide della comunicazione, la politica e i
media diventano golosi di numeri, specie in periodo elettorale. Diventano
soprattutto golosi di sondaggi d’opinione (doxa) per cercare di conoscere ed
interpretare il futuro e c’è già chi si spartisce i ministeri in base a queste
previsioni. Ma la realtà, che è assai più dura della liquida comunicazione, ha
più volte dimostrato di essere riottosa e ribelle rispetto alle presunte facili
previsioni sull’orientamento dell’opinione pubblica. E così i sondaggi
continuano a “dare i numeri” ma chi ci lavora ripete –con un certo allarme- che
bisogna maneggiarli con cautela. Chi se ne intende ricorda che i sondaggi non
prevedono il futuro ma fotografano il presente, sempre e comunque in modo
parziale e limitato. Ma la politica non riesce a disintossicarsi dalla
dipendenza dai sondaggi, anzi, ha avviato una forma di mutamento genetico. I
sondaggi non vengono più ordinati e pagati per conoscere l’opinione degli
elettori, come una forma di ascolto in una società ormai priva dell’insediamento
territoriale dei partiti, ma sono diventati un formidabile strumento di
propaganda. L’utilizzo o la citazione del sondaggio ormai serve soprattutto a
piegare la realtà alla propria convenienza (come si fa con la magia).
Adesso c’è chi afferma di avere un vantaggio incolmabile e c’è chi giura di
essere in recupero irresistibile nei sondaggi, ma dietro queste previsioni c’è
scienza o scaramanzia? o piuttosto si tenta di condizionare il (presunto)
conformismo dell’elettorato. Se si sommano le “previsioni” di voto che ogni
forza politica si assegna (in base al proprio sondaggio prediletto), per vincere
il premio di maggioranza o per superare il quorum necessario per accedere alla
distribuzione dei seggi, si raggiunge il paradosso di avere il 120-130%
dell’effettivo corpo elettorale. L’utilizzo improprio dei sondaggi è diventato
così spregiudicato che gli stessi esperti del settore si stanno ribellando e
cercano di riportare i loro clienti ad un uso più ragionevole di uno strumento
conoscitivo prezioso, ma per sua natura incerto, che ha sempre un margine di
errore definito metodologicamente (diffidate dei sondaggi con troppi decimali).
Un
argine a questa tendenza ad utilizzare i sondaggi come un’arma propagandistica
viene anche dalla normativa vigente, definita dall’Autorità per le Garanzie
nelle Comunicazioni, che in questi giorni mostra un certo affanno nel far
applicare la “par condicio” (costruita su un modello elettorale bipolare e non
proporzionale) sulle emittenti televisive nazionali, con la protesta più o meno
clamorosa dei così detti “nanetti” contro il (presunto) duopolio delle forze
politiche maggiori.
I sondaggi non possono essere utilizzati come una scimitarra per menar fendenti
all’avversario, ma devono (dovrebbero) essere citati in modo più “sorvegliato”,
con la cautela metodologica che richiede la normativa e il buon senso. Quei
numeri, branditi dalle varie forze politiche, per avere un (minimo) di senso
devono rispettare alcuni criteri che servono ad accreditare la serietà della
rilevazione.
Quando si sentono o si leggono quei numeri è meglio cercare la nota metodologica
che deve sempre accompagnare la loro divulgazione.
Quando si legge/ascolta un sondaggio si deve sempre sapere il soggetto che lo ha
realizzato; il committente e acquirente; i criteri seguiti per la formazione del
campione; il metodo di raccolta delle informazioni e di elaborazione dei dati;
il numero delle persone interpellate e l’universo di riferimento; le domande
rivolte; la percentuale delle persone che hanno risposto a ciascuna domanda; la
data in cui è stato realizzato.
Se questi dati non ci sono è meglio diffidare e continuare a pensare e decidere
con la propria testa.
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